CITARA

La citara è uno strumento con corde di metallo (ottone o acciaio a bassa tempera), munito di tasti fissi e suonato con un plettro, e solo in periodi più recenti con le dita. L'uso dei tasti fissi, fatti di sbarrette d'ottone intarsiate nel legno della tastiera, era reso necessario dalla presenza delle corde metalliche, che avrebbero in pochissimo tempo consumato i normali legacci di budello.

Il termine citara, così come le sue innumerevoli varianti medievali, quali citola, cistole, sitole, cuitole, sytole, cycolae, rievoca il nome dell'antica kìthara. In effetti ambedue gli strumenti venivano suonati con il plettro, ma la kìthara non aveva le corde tese su un manico: esse vibravano liberamente e quindi non erano intonabili; oltretutto lo strumento antico non aveva una vera e propria cassa di risonanza come la citara rinascimentale. Sembrerebbe dunque non esistere un collegamento preciso tra i due strumenti, e che la citara moderna in qualche modo rappresenti solo un'attuazione pratica del concetto ideale che gli artisti del Rinascimento si erano fatti dello strumento classico. In realtà pare invece che la citara rinascimentale sia una diretta discendente della kìthara, avendo subìto, in circa un millennio, le opportune trasformazioni che la portarono a essere uno degli strumenti a corde pizzicate più popolari del Rinascimento e del primo Barocco.

Fu il musicologo E. Winternitz a esporre per primo la suggestiva e convincente teoria di una discendenza diretta della citara rinascimentale dall'antenata classica, partendo dall'analisi di alcuni connotati apparentemente insignificanti propri dei modelli rinascimentali, che altro non sarebbero che ricordi di elementi un tempo funzionali e ormai inutili, dei quali si è dimenticata col passare dei secoli la reale funzione; spesso infatti negli strumenti musicali le parti antiquate e inutili non vengono subito eliminate, ma vengono mantenute attraverso i secoli, sopravvivendo spesso in forma atrofizzata per un tempo incredibilmente lungo.

Osservando gli strumenti riprodotti in queste pagine, si può notare come le citare, nel punto in cui la cassa si incontra con il manico, hanno dei piccoli rigonfiamenti di nessun uso pratico, che – andando a ritroso nel tempo appaiono come vere e proprie «alette» che sporgono dallo strumento. Alcuni di questi strumenti hanno la parte della cassa dove sono attaccate le corde piatta, come se ci si trovasse in presenza di una base. E ancora: se nello splendido strumento costruito da Girolamo Virchi nel 1574, il gancio posteriore è simulato nel naso di una maschera fantasiosa scolpita nel manico, nei modelli del '400 esso è di notevoli dimensioni e non artisticamente occultato. Ora questi elementi, come mostra Winternitz tramite un'approfondita analisi iconografica, sono riscontrabili fino al sesto secolo della nostra era, periodo in cui lo strumento munito di manico si deve essere evoluto dal modello classico. Winternitz non spiega la funzione originaria del gancio, ma nel caso delle «alette» e della base, è chiaro il collegamento con lo strumento antico, formato appunto da una base in legno a cui erano fissate due corna di animale con le punte divergenti.

Tornando al periodo che a noi compete, pare che la citara nel XV sec. fosse in uso prevalentemente in Italia, dove ne sono rintracciabili molteplici testimonianze, sia figurative che letterarie.

Tre citare rappresentate in modo molto realistico appaiono intarsiate rispettivamente nello studiolo di Gubbio del duca Federico da Montefeltro, nell'abbazia di Monteoliveto Maggiore (Siena), e nella chiesa di Santa Maria in Organo a Verona: queste ultime due tarsie sono entrambe del maestro intarsiatore Fra' Giovanni da Verona. I tre strumenti hanno caratteristiche simili, e ci portano a pensare che esse rappresentino il modello tipico della citara quattrocentesca: le alette laterali sono molto accentuate, così come il gancio posteriore. Nelle due tarsie di Fra' Giovanni non sono visibili le corde, ma su una di queste due citare si contano ben dodici piroli. La tastatura è ottenuta con un metodo tipicamente medievale: il manico è fatto a scalini di legno – sette in tutto – degradanti verso il cavigliere. La citara di Federico invece ha sei tasti – forse anch'essi di legno – molto sporgenti; monta nove corde, non sappiamo se suddivise in cori; i piroli sono infissi verticalmente su un caviglie re a paletta leggermente ripiegato all'indietro. Su quest'ultimo strumento è molto accentuata la base piatta a cui sono fissate le corde. Tutte le citare hanno il ponticello mobile molto basso. Dalle raffigurazioni del XV sec. di questi strumenti sembra abbastanza evidente che la citara, come il liuto, avesse i tasti disposti cromaticamente, cioè a ogni tasto premuto corrispondeva l'innalzamento dell'intonazione di un semitono; come vedremo, per le citare del periodo successivo non sarà sempre così.

Nei documenti di casa d'Este è testimoniato l'uso della citara fin dalla metà del XV sec.: nel 1445 viene menzionato un «citharino»; saltando poi un secolo avanti, nel 1543 è attestata una donazione di quattro scudi d'oro al «Bernia che sona la cethera».Una testimonianza più particolareggiata ci viene da Tinctoris (1487 ca.):

Uno strumento derivato dalla lyra è chiamato dagli Italiani cetula, che lo inventarono. Ha quattro corde di metallo – ottone o acciaio – […] ed è suonato con il plettro. Siccome la cetula è piatta, viene dotata di certi rialzi di legno sul manico, disposti proporzionalmente e noti come tasti. Le corde sono premute contro questi tasti dalle dita, per ottenere note più alte o più basse.

Dello strumento non si parla più fino a che Lanfranco, nel suo trattato Scintille di musica (1533), ci fornisce l'accordatura e la disposizione dei cori. Come era sua consuetudine, il bresciano fornisce solo le altezze relative delle corde, che riferiamo – per comodità di interpretazione – a una scala di do:

Si noti la tipica accordatura «rientrante», che resterà una caratteristica fissa della citara in tutta la sua storia: a parte il raddoppio all'ottava del quarto coro, il terzo coro è più grave del secondo e il quarto è il più basso di tutti. Questo tipo di intonazione non è altrimenti spiegabile se non con lo sviluppo di una particolare tecnica d'esecuzione, propria della citara: resta il fatto che esiste una notevole confusione riguardo alle svariate accordature assunte dallo strumento nei periodi successivi, e su cui non è ancora stata fatta chiarezza. Infatti spesso, leggendo le intavolature espressamente previste per la citara, le armonie del brano risultano stravolte, con frequente presenza di accordi in terzo rivolto – cosa normalmente vietata dalla teoria rinascimentale – si può dunque pensare, o che questo fatto non avesse grande importanza per gli esecutori del tempo, oppure che i cori dello strumento fossero convenientemente raddoppiati all'ottava per impedire variazioni arbitrarie dell'armonia.

Purtroppo non ci rimangono esempi di musica scritta per la citara fino alla prima metà del '500: le prime pubblicazioni inoltre non sono italiane, ma francesi. L'editore parigino Adrian Le Roy fu il primo a dare alle stampe numerose raccolte per la citara: Briefve et facile instruction (1551), andato perduto; Second livre de cistre (1564); Breve et facile instruction (1565) ecc. Lo strumento previsto per queste intavolature aveva quattro cori, dei quali i due più bassi tripli. Le corde più gravi erano di filo di ottone relativamente sottile, su cui veniva arrotolata una stretta spirale formata da un altro filo di ottone.

Riguardo all'accordatura dei cori tripli, esistono dubbi sulla loro ottavizzazione: Le Roy propone un'accordatura

che però forse deve essere ritenuta indicativa e non vincolante per tutti i brani. Un'altra soluzione ai problemi armonici, forse più calzante, va ricercata nella funzione estremamente popolare che la citara a quattro cori assunse in Francia e soprattutto in Inghilterra a partire dalla seconda metà del XVI sec.: in quest'ultimo paese, lo strumento era usatissimo nelle botteghe di barbiere, dove serviva a intrattenere i clienti. Forse da un pubblico così eterogeneo non ci si poteva aspettare riprovazione eccessiva per qualche accordo con la quinta al basso. Un'altra caratteristica della citara prevista per queste musiche, era di non avere la tastatura completamente cromatica, ma in parte anche diatonica.

Sulla scia della moda francese, l'uso della citara in Inghilterra divenne così radicato, da essere spesso sfruttato nella letteratura contemporanea per creare metafore dispregiative: come per esempio nella commedia La silenziosa, di Ben Jonson: «Quel maledetto barbiere […] Ho sposato la sua citara che è comune a tutti gli uomini».

La popolarità della citara inglese giunse anche in Italia, facendo affermare a Vincenzo Galilei:

Fu la cetera usata prima tra gli inglesi che da altre nationi, nella quale isola si lavoravano già in eccellenza; quantunque oggi le più reputate tra loro, siano quelle che si lavorano a Brescia; con tutto questo è adoperata e apprezzata da nobili.

Bisogna sottolineare che non esistono testimonianze sull'utilizzazione dello strumento in Inghilterra prima della metà del '500; anzi il musicista inglese Thomas Wythorne dice che verso il 1549…

imparai a suonare la gittern e la citara; i quali strumenti erano allora sconosciuti in Inghilterra e dunque tra i più ambiti e stimati.

Evidentemente la citara era talmente caduta in disuso in Italia, da essersi persa la memoria storica della vera origine dello strumento. La citazione da parte di Galilei delle citare bresciane, è da collegarsi invece a un episodio ben preciso, che vide come protagonisti due membri della famiglia Virchi di Brescia: Girolamo e Paolo Virchi. Girolamo era uno dei più rinomati liutai bresciani, insieme a Gasparo da Salò e Giovanni Paolo Maggini;91 suo figlio Paolo era compositore e organista a Brescia, nonché abile suonatore di citara. Paolo Virchi pubblicò nel 1574 una raccolta per il suo strumento – la prima scritta in Italia – dedicandola al duca di Parma Ottavio Farnese. Si fece anche costruire una bellissima citara da suo padre e si presentò alla corte tirolese, facendone dono all'arciduca Ferdinando assieme alla sua pubblicazione, la dedica della quale riporta un riferimento ai signori austriaci: «è poco che la citthara comincia a deliziare personaggi tanto nobili, come il duca di Baviera e l'arciduca Ferdinando». Le musiche sono arrangiamenti per citara sola o per canto e citara di brani vocali e strumentali di vari autori; uno di questi arrangiamenti prevede l'uso di uno strumento a sette cori. L'intavolatura è per uno strumento con accordatura Re5 Fa5 Sib5 Sol5 Re3 Mi3. Lo strumento costruito da Girolamo Virchi è una citara a sei cori, con tastatura cromatica – da non confondere con le citare francesi e inglesi a quattro cori – finemente lavorata e scolpita, rintracciabile nell'inventario di Ambras (1596) come «una zitter, con intagliata sul manico Lucretia Romana». A differenza delle citare quattrocentesche, che erano scavate in un blocco di legno massiccio, questo strumento è costruito sostanzialmente con la stessa tecnica degli strumenti ad arco, di cui Girolamo Virchi era uno dei maestri.

Non sappiamo se la famiglia Virchi riuscì a ottenere sostanziali riconoscimenti da quest'operazione, che si può definire, senza malizia, commerciale; comunque l'unica copia sopravvissuta del libro di Virchi è attualmente conservata a Vienna. Solo all'inizio del XVII sec. sarà pubblicato in Italia Il secondo libro d'intavolatura di cithara (Giacomo Vincenti, Venezia 1605), sempre per uno strumento a sei cori, ma con tastatura parzialmente diatonica e accordatura del tipo dato da Lanfranco.

Paolo Virchi lo ritroviamo verso la fine del secolo alla corte di Mantova, dove è segnalato come organista bresciano e dove morì nel 1610.

In Germania la citara ebbe un notevole sviluppo, pur senza raggiungere i livelli di popolarità ottenuti in Inghilterra: d'altronde Praetorius giudica con disprezzo le citare a quattro cori, collegandole evidentemente con l'uso poco artistico di cui erano oggetto in Inghilterra e in Francia: «Questa specie a quattro cori è uno strumento suonato quasi solo dai ciabattini e dai sarti, dunque illiberale». Viceversa i modelli più grandi sono tenuti in buona considerazione da Praetorius, che in particolare descrive l'accordatura per lo strumento a sei cori utilizzata da Sixtus Kargel di Strasburgo, autore di non meno di sette raccolte di musiche per citara, pubblicate in Germania in un arco di tempo che va dal 1569 al 1580.

Ma, come sempre, l'attenzione di Praetorius è attratta soprattutto dagli strumenti di grandi dimensioni: dalle proporzioni degli strumenti illustrati nel Theatrum instrumentorum, si deduce che la citara tradizionale a sei cori aveva un diapason di 47 cm ca. Oltre a questa egli menziona una citara molto grande a sei cori, intonata una quarta sotto ai modelli normali, lunga ben due cubiti (150 cm ca.) e con un diapason di 106 cm ca. Inoltre:

C'è ancora una specie di citara più grossa, con 15 cori, che dà una risonanza magnifica e potente, come quando si ascolta un clavicembalo. E a Praga, presso uno strumentista chiamato Dominicus, se ne trova una che è lunga quasi come un contrabbasso.

Questo strumento ha il corpo più simile a quello di una chitarra che di una citara, come si può osservare nella tavola VII della Sciagraphia. È anche munito di un paio di bordoni fuori tastiera, attaccati a un bizzarro prolungamento del cavigliere.

Le citare di grandi dimensioni e con bordoni erano conosciute e usate anche in Italia, a partire dal XVII sec.: nell'Orfeo di Monteverdi, insieme ai chitarroni, sono menzionati anche «duoi ceteroni» nell'esecuzione del basso continuo. Considerato che Paolo Virchi era presente a Mantova proprio nel periodo in cui fu rappresentato l'Orfeo (1607), si potrebbe ipotizzare l'esistenza di un nesso tra il virtuoso e l'utilizzazione dei ceteroni prescritta da Monteverdi.

Un bellissimo ceterone a sei cori più cinque bordoni, costruito da Gironimo Campi, è conservato al museo Bardini di Firenze.

Tuttavia nel XVII sec., almeno in Italia, la cetera non godeva di grande considerazione, come si rileva dalle parole di Giovanni Battista Doni (1630 – 40 ca.):

La cetera comune […] è in potere di persone basse, come osti e contadini: per una fatale disposizione delle cose umane, che quelle che erano già maggiormente in stima, oggi per il contrario siano vili e abiette.

Accordature delle citare secondo Praetorius.

Articolo tratto da www.musica-antica.info

Vedi anche www.guitarsite.com.